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mercoledì 27 ottobre 2010

KATUMBA, METAFORA DELLA NOSTRA CITTA'


NELLO SPAZIO "Commenti" ABBIAMO LETTO una bellissima storia che vogliamo pubblicare. Parla di noi, della nostra città, dei suoi mali, delle sue contraddizioni ma ci dice dell'esistenza di importanti risorse ed energie culturali che in questa vivono e di questa si alimentano. E ciò a prescindere dai processi di degrado culturale e di abbandono enormemente cresciuti proprio in questi ultimi anni anche, ma non solo, per responsabilità di amministrazioni comunali  senza alcuna identità.
 Antonino Partinico, che é uno pseudonimo, é sicuramente un nostro amico, un amico che conosce bene la città e la sua storia, che la osserva e, dunque,  la vive. Ed é sicuramente amico della  sinistra partinicese. Pensiamo di fare cosa gradita a lui e soprattutto ai nostri lettori pubblicandola, così come l'abbiamo ricevuta, su SALA ROSSA.

UNA STORIA RACCONTATA DA ANTONINO PARTINICO

"So benissimo che quanto mi accingo a scrivere non ci azzecca niente con l’inaugurazione della biblioteca popolare intestata a Totò Barra, ma se lo scrivo è solo perché avevamo un amico in comune, un immigrato nero dal nome Katumba.
Katumba oggi ha quasi 55 anni, abbiamo un ottimo rapporto di amicizia che risale a più di quindici anni fa, il 12 dicembre del 99 ha voluto raccontarmi la sua storia personale e poiché da sempre sono stato attratto da storie interessanti, specialmente quelle che provengono dalla povera gente, dei ceti popolari o come in questo caso, da altri continenti. Mi ha interessato tanto che ho voluto scriverla di colpo e approfittando di questo blog, anche se a distanza di undici anni, penso sia opportuno renderla nota e farla conoscere, a quanti ne sono interessati. Evidenziando tutte le peripezie, gli affanni, i sacrifici, i pericoli, che il mio amico africano ha dovuto affrontare prima di approdare in questa nostra città.

Katumba è un giovane ventenne scampato alla guerra tribale nel suo paese che si trova nell’africa centrale.
Nel cuore della notte la sua famiglia viene trucidata da una tribù rivale, Katumba ha perduto i genitori, i nonni, i fratelli, le sorelle.
Trovandosi solo e non sapendo dove andare, ha camminato tanto finchè si è trovato di fronte ad una immensa distesa d’acqua, è l’Oceano Atlantico e poiché non si era mai allontanato dalla sua terra, nel vedere tutta quell’acqua rimase sbalordito e nonostante giovane alto e robusto, in quell’istante si sentì più piccolo di una formica.
Camminando diversi giorni sulla spiaggia, si accorse che davanti a lui sorgeva una grande città, quindi vi si recò e approfittando del fatto che vi era una nave che stava salpando, salì a bordo e prese la via del mare.
La nave, dopo avere fatto scalo a Casablanca(Marocco) riprese il mare, attraversò lo Stretto di Gibilterra, entrò nel Mar Mediterraneo e si fermò al porto di Palermo.
Katumba clandestino riesce a mettere piede sulla terra ferma, mentre è ancora vicino al molo, stanco, spossato, affamato e spaesato, si accorge che un camion stava per lasciare il porto, decise di salirvi sopra e lasciarsi trasportare per una ignota mèta. Il camionista appena arrivato a Bagheria ha fermato l’automezzo in un grande spiazzale sotto una collina, il nostro amico avverte un certo fetore, scende dal camion e si accorge che davanti a lui ci sono montagne di frutti gialli, (frutto che non conosce perché nelle sue terre gli agrumi non vengono coltivati), mentre una gigantesca pala meccanica li stava macerando.

Il nostro giovane pensò fra se! In che mondo sono finito? E’ possibile che la gente coltiva tutta questa frutta per poi macerarla? Questa è una pura follia!
Pensa bene di andare via da quel paese e avendo in lui una grande voglia di camminare e di conoscere altre zone, un bel giorno senza sapere come, arriva a Partinico, è il mese di agosto del 1985, trova un lavoro presso un contadino che è intento a fare la raccolta del pomodoro, la sera, appena finita la raccolta, le ceste “dell’oro rosso vengono caricate su un camion ed insieme al proprietario si avviano per la consegna.
Katumba, seduto comodamente nella cabina del camion trova molto interesse a guardare la strada davanti a se, quando ad un tratto vede un grande bacino d’acqua, è l’invaso Poma ossia la Diga sul Fiume Jato.
A pochi centinaia di metri il camion si ferma, la strada è ostruita da una lunghissima colonna di automezzi agricoli carichi di casse di pomodoro, tutti per la consegna.
Per farla breve, dopo avere pesato il camion carico, il prodotto viene fatto scaricare alle spalle di una fabbrica di trasformazione di pomodoro (costruita qualche anno prima con i fondi della Regione Siciliana e affidata ad un gruppo di incompetenti, o per meglio dire ad una lobby, poco onesti, senza scrupoli), per essere (scafazzato).
Ancora una volta, nel vedere tutto quel ben di Dio che viene distrutto, Katumba non si può dar pace, non riesce a capire perché si distruggono migliaia di tonnellate di prodotti agricoli
Il primo pensiero che gli viene in mente è quello che in questo mondo a lui sconosciuto le persone sono tutti pazzi, e continua a dire fra se, che se tutta questa ricchezza anziché distruggerla, fosse portata in Africa, sicuramente si potrebbero salvare milioni di vite umane e probabilmente non ci sarebbero più le guerre fra tribù.
Nella via di ritorno, si accorge che nella diga c’è una grande dispersione d’acqua e pensa a come questo bene, (preziosissimo nelle sue terre), viene conservato in mille modi, mentre qui i fiumi sfociano al mare, le dighe non trattengono l’acqua e lo spreco è incalcolabile.
Ad un certo momento anche a Partinico sente un odore nauseabondo che cresceva sempre di più, sapeva di uova marce, un area irrespirabile, un fumo che penetrando nei polmoni certamente non è il toccasana per la salute, ansi si corre continuamente il rischio di un cancro ai polmoni o alle vie respiratorie.
Il giovane nero chiede notizie intorno e scopre che c’è uno stabilimento il cui unico lavoro è quello di bruciare il vino, per Katumba è impossibile capire, egli pensa a quante centinaia di migliaia di contadini lavorano la terra tutto l’anno per produrre il vino solo per bruciarlo, mentre nel cuore dell’Africa potrebbe valere quanto l’oro, scotendo la testa a sinistra e a destra continua a dire: è uno spreco, sono pazzi, sono pazzi.
Poco dopo arriva Natale e con suo grande stupore, vede la gente impazzita a comprare prodotti di ogni genere da mettere sotto l’albero, cose inutili, stupidaggini, cose che spessissimo dopo averli ricevuti in dono, non vengono neanche guardate e finiscono rotti o buttati sprecando così tanti soldi inutilmente.
Il giorno dopo Natale, Katumba, camminando per le vie del paese si accorge di quanto ottimo cibo è stato buttato nei cassonetti dell’immondizia ed il suo pensiero vola, attraversa il Mediterraneo, attraversa parte dell’Africa e si ferma nella sua tribù che con i soli avanzi del periodo natalizio potrebbe felicemente sopravvivere per chissà quanto tempo, invece di cibarsi di radici di alberi o di sporadiche verdure che raramente si trovano nel deserto.
Guarda le strade illuminate con luci psichedeliche provocando uno spreco enorme di energia elettrica ed ancora una volta pensa al suo popolo, che quando va via il sole, piomba il buio più pesto e per rivedere la luce bisogna aspettare il giorno dopo.
Katumba continua a non capire perché le persone si mettono in fila per giocare al “lotto” o ad altre lotterie sprecando fiumi di soldi mentre il suo popolo non trova il denaro per comprare una manciata di legumi.
Non riesce a capire perché lussuose e sfarzose ville, dove tutto è sprecato e perché milioni di persone vivono ancora nelle capanne, soffrendo il caldo di giorno ed il freddo di notte.

Ancora oggi Katumba non riesce a spiegarsi il perché di tutto questo spreco.

Quando ci si incontra, spesso parliamo di Totò Barra e della sua grande apertura mentale e soprattutto del modo come sapeva ascoltare.

E’ storia vera! Raccontata il 12-12-98


Antonino Partinico

4 commenti:

Frumenzio V. ha detto...

Lo so che questo non ci azzecca con Katumba, ma è pur sempre una riflessione utile......

Giorgio Gaber disse un giorno una cosa che considero essenziale: “Io non ho paura di Berlusconi in sé, io ho paura di Berlusconi in me!”.

Come dire che l’antagonista della nostra cultura, per quanto terribile egli sia, resta un mero antagonista (dunque ci consente ancora di batterlo) fino a che non ci entra dentro, fino a che non ci permea della sua cultura.

Toti ha detto...

Caro Frumenzio io sono convinto, al contrario, che con Katumba quel che tu hai scritto ci azzecca nel senso che purtroppo i guasti del berlusconismo sono sotto gli occhi di tutti noi.Dentro la nostra famiglia, nelle scuole, nella vita pubblica si é introdotto il tarlo che scardina modelli, valori, tradizione.Ha ragione Gaber il quale come tutti gli intellettuali vedeva più avanti di noi.
Toti

patrocini ha detto...

Ma Gaber lo ha detto anche alla moglie? O forse da intellettuale ( come afferma Costanzo) vedeva piu' avanti di noi comuni mortali ,e non si accorgeva di quel che gli capitava accanto?

Ermelinda ha detto...

Effettivamente la moglie di Gaber era quell'Ombretta Colli, ex cantante, che Forza Italia fece eleggere a Presidente della Provincia di Milano.

Forse questa circostanza ci potrebbe fornire una chiave di lettura un po' diversa :
"Io non ho paura di B. in sè ( nè di B. in mia moglie ), io ho paura di B. in me"!

Sarà così?