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venerdì 22 maggio 2009

LI CHIAMAVANO "ARROBBA ADDUZZI"

"Arrobba adduzzi": cioé ladro di piccoli polli. L’appellativo veniva affibbiato, con palese disprezzo, a tutti quei poveracci che - dall’inizio del secolo scorso fino ai bagliori degli anni ’60 quando si poi si manifestò il cosidetto “miracolo economico” - solevano, per vivere, rubare quel che capitava loro sotto mano. E siamo in un'epoca in cui la stragrande maggioranza delle nostre famiglie “arrunzavanu pitittu” a mai finire. E gli "arrobba adduzzi" altro non erano se non disoccupati, braccianti agricoli e manovali molti dei quali, però, non avendo un lavoro e non possedendo neppure un fazzoletto di terra su cui potere coltivare quel che si poteva, erano costretti a vivere, appunto, anche di ruberie. Raccoglievano erbe spontanee ma commestibili facendo anche incursioni nei fondi dei piccoli o medi proprietari e rastrellando quel che capitava alla bisogna sottomano: broccoli, smuzzatura, lattughe, finocchi e quant’altro. Ora si deve sapere che durante quei decenni cui si è fatto riferimento, di norma e per la stragrande parte della popolazione, “u pitittu facia acitu” e quindi l’arte di arrangiarsi rappresentava un imperativo categorico per cui non c’era famiglia contadina, ad esempio, che non allevava in casa o in piccoli appezzamenti di terreno, uno stuolo di galline che procuravano, ovviamente, uova e all'occasione anche buona carne. E le uova e la carne delle galline, come storicamente è assodato, costituivano una notevole risorsa alimentare ed un buon integrativo. Ma le galline, o i galli, per diventare tali dovevano passare attraverso due fasi: la prima quella di pulcini (che venivano portati alla luce perché “scuvati”) e poi, la seconda, cioè diventare pollastre o, se maschi e prima che diventassero galli, passare attraverso la fase dell’essere “adduzzi” cioè galli piccoli. Raccontavano i nostri anziani che le galline le quali, però, erano “scacate” nel senso che le loro ovaie si erano esaurite e dunque non producevano più uova, venivano sacrificate con la classica “stiratina di coddu", spennate e finivano in pentola per la gioia della numerosa prole che celebrava, quello, come giorno di gran festa. Il brodo della gallina, poi, era un vero e proprio balsamo con il quale, in caso di malattia, si ristoravano gli ammalati. Dunque la gallina costituiva una risorsa importante per le famiglie, le pollastre venivano allevate perché diventassero galline e “i adduzzi” avevano il ruolo fondamentale, una volta diventati galli, di fecondare le galline. E, quindi, “’u adduzzu” rappresentava, nella filiera, un elemento importante ed indispensabile per chiudere il ciclo della produzione. Se “u adduzzu” non diventava gallo, allora erano guai nel senso che mancavano questi e senza galli niente fecondazione e, quindi, niente uova. In definitiva si può dire che rubare una gallina o una pollastra era cosa disdicevole ma limitativa del danno, ma rubare “’u adduzzu” era deplorevole e quasi da criminali. I poveracci, dunque, che rubavano una gallina trovavano una certa giustificazione ed anche comprensione ma se rubavano “u adduzzu” allora, per loro, erano guai e il marchio restava indelebile al punto che si portavano appresso, e per sempre, la nomea appunto di “arrobba adduzzi".
Fu all’inizio degli anni ’60 che, durante una competizione elettorale per eleggere i deputati della Regione, si presentò quale candidato anche un partinicese il quale, però, si era da tempo stabilito a Palermo dove ricopriva un importante incarico presso un ufficio della Regione siciliana. Si candidò nell’antico ma ora estinto Partito Liberale ma raccolse pochissimi voti anche se, all’epoca, quel Partito era al Governo del Paese, dunque elettoralmente potente e diffuso sul piano organizzativo-territoriale soprattutto a Partinico e nei Comuni viciniori. A Terrasini, ad esempio, spopolava il liberale avvocato Palazzolo inteso "picuredda". No, nessuna parentela con l’attuale Presidente dell’ATO rifiuti, che è anche avvocato, ma di Montelepre. Ci si domandò: perché un partinicese, per di più funzionario regionale e dunque capace di esercitare un certo potere, ebbe così pochi consensi? “‘U ciuciuliu” del flop elettorale si diffuse subito dopo le elezioni ed a scrutinio ultimato specialmente nel luogo abilitato all’incontro, allo scontro, al confronto, alla discussione, alla verifica, alle valutazioni e cioè nella nostra Piazza Duomo. La risposta all'interrogativo fu: “Ma voi lo sapete come è “ntisu” quel candidato? Lo chiamano “arrobba adduzzi “ cioè uno che proviene da una famiglia che all’epoca del “fascio” soleva razziare nei pollai rubando, soprattutto, “adduzzi” cioè galletti dalle tenerissime carni e dunque famiglia poco stimata per cui se lo mandi alla Regione quale deputato quello “si mangia” pure i chiodi “.
E’ trascorso quasi mezzo secolo da allora. Ora le cose della "politica" non sono di molto cambiate anche se c'é qualche variante di fondo. Se tu eleggi, ad esempio, quali amministratori questi nostri rampolli locali, costoro immediatamente e con disinvoltura anche se, simbolicamente parlando, la prima cosa che fanno é quella di metterti le mani nelle tasche fino a raschiarle con tasse e balzelli. Cioé arraffano tutti "i aduzzi chi ponnu" e dunque, di conseguenza, potrebbero anche essere definiti quali "arrobba adduzzi di professione". Ora, tu gli puoi anche affibbiare "'a nciuria" ma tuttavia é certa una cosa: che non finiranno mai, elettoralmente parlando, come quel partinicese liberale degli anni '60. Al contrario, paradossalmente, più adduzzi arrobbanu e meno vengono penalizzati. Più adduzzi arrobbanu e più arrivano a loro, come si suole dire, i voti "a broru". D'altronde non si dice che il brodo delle galline é balsamico anche per gli ammalati? E se é balsamico quello della galline pensa tu come lo può essere per "i Nostri" il brodo "di adduzzi!"

Sala Rossa

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