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lunedì 29 settembre 2008

QUANDO "NACCARO" DISSE: "RICCHI SEMU, SEMU RICCHI!"

E' più forte di noi. Avevamo deciso, dopo il post sulla missione di Salvo in Russia che tanti involontari patemi creò, di non occuparci più di tale scabrosa materia. E non certo perché le cose che abbiamo raccontato non fossero vere ma perché, involontariamente, abbiamo apportato turbamenti familiari e non solo, la qual cosa, credeteci, era lontana dalla nostra volontà al punto da farci maledettamente soffrire in questi ultimi giorni.
Ma come si fa, cari amici, a far finta di niente, a resistere di fronte alle parole di entusiasmo giovanile che colarono come miele durante le interviste rilasciate dai "nostri", piazzatisi a turno davanti il microfono di Pinuzzu dato in affidamento momentaneo ad una giovane e brava collaboratrice all'interno dello splendido contesto della Cantina Borbonica e con la presenza imbarazzata di alcuni rappresentanti di paesi europei ed anche extra?
Per cui, ad esempio, la nostra Cantina da quelle appassionate parole, assume contorni e si trasforma, di volta in volta, in un "biglietto da visita", un "lasciapassare" fino a diventare in un crescendo, addirittura una "perla" o "un ponte ideale".
E nessuno più di noi, che la Cantina l'abbiamo addisiata da almeno un quarantennio cioé da quando alcuni de nostri non erano ancora nati, non può che essere d'accordo.
Per cui tu, di fronte a tali esaltanti definizioni che si conclusero con l'apoteosi e cioé che "questo era il sintomo di un Sindaco...." come fai a non pensare subito al ruolo internazionale che Salvo ha, con piglio decisionale, assunto? Salvo, ad esempio, che da Mosca potrebbe passare a New York e poi a Bruxelles per precipitarsi a Roma al Ministero dei Beni Culturali e davanti al Ministro Bondi (uno, insieme a Walter l'americano e Cracolici il palermitano, degli ultimi comunisti pentiti), non dice più "mi manda Antonello" ma esibisce l'immagine della Cantina, appunto il lascipassare, così come Silvio esibiva la tessera della P2 della buonanima di Licio Gelli.
Per cui, i nostri moschettieri, che prima erano sempre in tre (lui, lui e lei) e l'altro ieri erano in quattro (lui, lui, lui, lui ma mancava lei) ti contagiano con il loro virgineo entusiasmo al punto che tu ti ritrovi, senza volerlo, a fischiettare, a canticchiare e poi a ballare con loro quel motivetto di Vianello che diceva suppergiù così: "Se prima eravamo in tre a ballare l'alligalli adesso siamo tre quattro a ballare..."
Ed allora i nostri ci perdonino, ma siamo costretti, per rispetto dell'etica professionale, a fare fino in fondo il nostro dovere di cronisti. E, quindi, a raccontare.
Dunque, bisogna sapere che alla fine degli anni '80 una frenesia irrefrenabile colpì gli Amministratori dell'epoca. E a Partinico non si parlava di altro: "Finalmente faremo 'u volu..", dicevano alcuni ed altri, assumendo le sembianze di un certo "naccaro" ripetevano ritmicamente: "Ricchi semu! Semu ricchi!" E tutti a chiederci:"Picciò, che fù, chi successi?"
Successe che, non si sa come, si incrocchettò con un gruppo di svedesi di una città con la quale, poi, era iniziato un gemellaggio. Venne, in delegazione con altri, il Sindaco di quella nordica comunità e come Cristoforo (no, no per carità, non quello di Giugio ma tipo quello del 1492) incontrò gli indigeni. E prima ci fù scambio di doni, di cortesie ed inviti per poi, come vedremo, alla fine finì a schifiu.
Anche nel 1989 l'entusiamo, dunque, per "l'operazione scambio" arrivò alle stelle: turismo, si disse, economia che decolla e conseguente, necessaria, cultura della stessa, soldi ed affari "pi ccu' nni voli aviri, nnavi".
Si costruirono castelli, si ipotizzò il rilancio alla grande della nostra asfittica economia, si allustrarono teatrino e ottu cannola pensando alla caterva di stranieri che sarebbero arrivati anche con mezzi di fortuna, si incominciò a pensare al vino da trasportare, insieme ad olio e soprattutto formaggi di esclusiva provenienza da Valguarnera.
Qualcuno solennemente disse: "Faremo decollare le imprese locali". Altri ancora con un piede per terra risposero:"Le imprese? Ma quali?". Ma gli ottimisti ad oltranza: "Non c'é pobblema perché agli svedesi basta che gli diamo mare e sole e anche... ( e qui scatta la classica, siciliana scacciata d'occhiu per dire quel che per pudore non si può apertamente dire ) e siamo a posto".
Qualche vecchio latin lover, assiduo frequentatore di sgarru di Città del mare esultò, tirò fuori la tenuta d'ordinanza, si azzizzò precipitandosi ad acquistare un corso accelerato di lingua inglese.
E ci fu chi, in quattro e quattr'otto riempì, come si faceva nottetempo nell'età dell'oro, le cisterne di acqua e zucchero per ripendere quella pratica che diede a Partinico il primato nazionale della produzione di vino che se fosse stato congegnato con l'uva avremmo avuto la necessità d'avere la Valle dello Jato estesa quanto tutta la foresta amazzonica.
Ci si organizzò: alle bottiglie di vino arriminatu fu appiccicata un'etichetta (quando si dice della fantasia e creatività dei partinicoti!) che inneggiava al fiume più inquinato d'Italia.
Partirono tutti, a sbafo nel senso che pagava "cappiddazzu" cioé il Comune. Noi declinammo l'invito ringranziando gli increduli che dissero: "Mizzica siti sempri i stessi comunista sconsaiocu!"
E partirono. Amministratori, consiglieri comunali, capi servizio, capi settori, capi ufficio, capi squadra con prole, mogli, mariti, camerieri e perfino vicini di casa. Addirittura si aggregò pure un alto prelato della zona che arrivato a Malmo (la città che ebbe quella triste sventura) buttò alle ortiche l'abito talare e si vestì, dicono, da civile: pantaloni di velluto a coste "Principe di Modrone", maglione nero dolce vita, cappello acquistato in precedenti, analoghe trasferte da "Borsalino" in via Vittorio Emanuele. Tutti ospiti, a loro dire, degli svedesi i quali, ovviamente, non si aspettavano 'a sbarcata di quella enorme, variopinta, folkloristica carovana.
Il resto, per pudore, non lo vorremmo raccontare: albergatori costretti a far intervenire la Polizia per schiamazzi inusitati, proteste varie, canti a squaciagola di "vitti na crozza e ciuri, ciuri", scomparsa repentina di tutto quel che risultava visibile sui tavoli del ristorante e cioé forchette, cucchiaia, coltelli, portaceneri. Perfino, si disse, tovaglioli e stuzzicadenti. Una cosa mai vista nel Nord Europa a memoria d'uomo.
Cacciati, ovviamente furono cacciati in malo modo con l'obbligo di non mettere più piede nella tranquilla terra di Borg e della felliniana Anita Ekberg.
Oggi i tempi sono cambiati? Non é più come allora? E' vero al teatrino e agli ottu cannola si sono aggiunti, come si suole dire dopo lunga e penosa malattia, anche la Cantina, Palazzo Ram, Palazzo dei Carmelitani. Una bella eredità, non c'é che dire costruita nei decenni da parte di chi si oppose con tutte le forze alla sistematica distruzione storico-urbanistica della nostra città da parte dei "nuovi Unni".
E' vero. Oggi ci sono questi importanti monumenti, non c'é più l'acqua-zucchero, né i formaggi di Valguarnera. Ma é cambiata la nostra "cultura"? Il nostro modo di vedere e di sentire la città ed i suoi problemi? L'idea dell'impresa non più speculativa ma creativa?
Sarebbero, questi, problemi seri da affrontare. Oggi ci limitiamo a sorride e perché no, anche a riflettere su di noi sulle nostre vicende raccontate con ironia.
Ma potete crederlo, sono assolutamente vere.

Sala Rossa

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